Nebbia #7: luglio
I libri di cucina stanno cambiando (e noi con loro)
Ogni volta che entro in una libreria e passo davanti, non casualmente, allo scaffale dei libri di cucina ho la stessa sensazione: non di varietà, ma di specializzazione.
Non è più un mondo fatto di “cucina” in senso ampio, ma di cucine molto precise, quasi segmentate. Libri per la friggitrice ad aria, libri senza glutine, libri per chi vuole perdere peso, per chi vuole aumentare le proteine, per chi ha quindici minuti al giorno, per chi vuole fare meal prep e dimenticarsi della cucina fino a domenica.
E non lo dico con giudizio. Molti di questi libri sono utilissimi, fatti bene, perfettamente centrati sul bisogno che raccontano. Il punto è un altro:
mi chiedo se questo non dica qualcosa di noi, prima ancora che dei libri.
Perché la sensazione è che la cucina venga sempre più raccontata come una somma di problemi da risolvere, più che come una pratica quotidiana da abitare. Una cosa da ottimizzare, più che da vivere.
E infatti i libri di cucina “generalisti”, quelli che una volta si compravano per imparare a cucinare, sembrano sempre più rari. Oggi si compra già una cucina filtrata: non “cosa cucinare”, ma “come cucinare dentro una condizione specifica”.
Quando penso ai libri di cucina di qualche anno fa (o meglio, a quelli che riempivano davvero le case, non solo le librerie specializzate) mi viene in mente che erano libri molto diversi da quelli che vediamo oggi.
Non erano destinati a “chi cucina senza glutine” o a chi “ha quindici minuti”, non erano libri costruiti attorno a una singola esigenza o a un dispositivo specifico, ma piuttosto cercavano di contenere una cucina intera, nella sua complessità quotidiana, senza scomporla in categorie.
Basta pensare a titoli come Il Cucchiaio d’Argento oppure Il Talismano della Felicità di Ada Boni, o ancora La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Artusi: libri che non nascevano per risolvere un problema, ma per raccontare un modo di vivere la cucina domestica, dalla minestra della settimana fino ai dolci delle feste.
Erano, in un certo senso, libri totalizzanti. Non ti dicevano “come cucinare in 15 minuti”, ma “come si cucina”, punto. E lo facevano accettando anche la parte meno performativa della cucina: il tempo lungo, la ripetizione, la stagionalità, la memoria.
E fuori dall’Italia non era molto diverso: avevano la stessa ambizione implicita, quella di essere una specie di infrastruttura domestica più che un contenuto tematico.
Friggitrice ad aria, senza glutine, senza zuccheri, high protein, 15 minuti, una sola padella. Mi viene spontaneo chiedermi: e nel mezzo, cosa resta?
Per anni ho fatto ironia sul fatto che “prima o poi scriverò un libro di cucina… ma nessuno me lo chiede”.
Una battuta, certo, ma come spesso succede con le battute ripetute, un fondo di verità resta. Perché la sensazione è che oggi per scrivere un libro di cucina tu debba appartenere a una categoria precisa: devi risolvere qualcosa, semplificare qualcosa, promettere un risultato.
Devi essere una risposta.
Non basta più raccontare la cucina quotidiana per quello che è, eppure è proprio quella la cucina a cui dovremo tornare per mangiare bene e semplificarci la vita. Mi chiedo se non ci sia spazio, invece, per libri che raccontino semplicemente questo: la cucina che cambia con le stagioni, con la spesa, con il tempo che abbiamo davvero, quella reale.
La cucina di casa non è una sequenza di problemi da risolvere, nemmeno una negoziazione continua tra voglia, tempo, energia e quello che c’è nel frigorifero.
E non so se questo si possa davvero racchiudere in una categoria.
Forse no, o forse sì, ma non l’abbiamo ancora nominata nel modo giusto.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi.
Quando comprate un libro di cucina oggi, cosa state cercando davvero?
Una soluzione o un’ispirazione? O un manuale forse?
A presto,
Lidia




I libri di cucina di oggi non parlano solo di noi, ma parlano anche di come si è evoluta l'editoria. Sono molti di più quelli che ci arrivano, a scrivere un libro, e nella moltitudine bisogna differenziare. Tutto va più veloce, non solo a consumare ma anche a produrre: non serve scrivere un libro buono, serve tentarne tanti di mediocri e beccare quello che premia. Ovviamente scrivo tutto questo con una nota di amarezza.
Sono d’accordo con te. Pensa che io amo leggere ( e provare) le ricette dell’Artusi, libro che era di mia mamma. Adesso sembra tutti facciano a gara ad insegnarci come fare in fretta, con tre ingredienti, o con la pratica del meal prep. per carità capita di dover preparare cena o pranzo in poco tempo ma cucinare deve essere un piacere non un compito da sbrigare in fretta.