I libri di cucina di oggi non parlano solo di noi, ma parlano anche di come si è evoluta l'editoria. Sono molti di più quelli che ci arrivano, a scrivere un libro, e nella moltitudine bisogna differenziare. Tutto va più veloce, non solo a consumare ma anche a produrre: non serve scrivere un libro buono, serve tentarne tanti di mediocri e beccare quello che premia. Ovviamente scrivo tutto questo con una nota di amarezza.
Concordo e aggiungo anche che essere content creator con n-mila followers non significa essere automaticamente scrittore o conoscitore profondo di tematiche, tanto da farci un libro
Sono d’accordo con te. Pensa che io amo leggere ( e provare) le ricette dell’Artusi, libro che era di mia mamma. Adesso sembra tutti facciano a gara ad insegnarci come fare in fretta, con tre ingredienti, o con la pratica del meal prep. per carità capita di dover preparare cena o pranzo in poco tempo ma cucinare deve essere un piacere non un compito da sbrigare in fretta.
Ne parlavo proprio un po' di tempo fa, sempre qui su Substack. Anche io la penso come te, troppa fretta: il meal prep lo pratico anche io, ma senza ansia da prestazione, anzi come un metodo per non sprecare le verdure e la frutta e per avvantaggiarmi dove possibile. E si, anche per me è un piacere ma per la maggior parte delle persone, va detto, rimane un compito da sbrigare.
Di rado compro libri di cucina per me: mi piace molto cercare ricette in rete, provarle e trascriverle con le mie osservazioni quelle rare volte che cucino. Mi piace invece regalare libri di cucina e quel che mi attira in essi è la lingua. Raccontare il cibo e il suo processo di preparazione mi pare un atto poetico e una palestra della lingua, e adoro l'Artusi perché con Mazoni e più di Manzoni insegnò l'Italiano alle nostre famiglie. Io stessa ho imparato tante parole con lui, e l'ho donato a una persona a me cara perché mi è parso di capire che era curioso di parole strane e diverse. Per il resto, i libri funzionali sulla cucina, proprio per questo, non fanno per me: non riesco a vivere la cucina come esecuzione standardizzata, anche se capisco che un po' lo è, per i professionisti. Ma io non sono professionista e preferisco fare più o meno a sentimento (onde per esempio evito la pasticceria, regno dell'esattezza).
La stessa segmentazione è arrivata al tavolo, e da lì si vede ancora meglio. Sempre più spesso il menù non viene letto per capire cosa mangiare ma per verificare se c'è la casella giusta: proteico, senza glutine, leggero, vegetariano, poco condito. La cucina come somma di problemi da risolvere è esattamente quello, solo che invece di uno scaffale c'è una carta e un cameriere che deve rispondere. Da oste non lo dico come lamentela, perché dietro molte richieste ci sono ragioni serie e vanno servite bene. Ma il piatto che resiste a tutte le segmentazioni è sempre lo stesso: quello che non risolve niente, non ottimizza niente e si mangia perché fa piacere mangiarlo. Da noi è la cassoeula, che è grassa, lunga da fare, sta in carta solo d'inverno e non rientra in nessuna categoria. È anche il motivo per cui la gente torna.
I libri di cucina di oggi non parlano solo di noi, ma parlano anche di come si è evoluta l'editoria. Sono molti di più quelli che ci arrivano, a scrivere un libro, e nella moltitudine bisogna differenziare. Tutto va più veloce, non solo a consumare ma anche a produrre: non serve scrivere un libro buono, serve tentarne tanti di mediocri e beccare quello che premia. Ovviamente scrivo tutto questo con una nota di amarezza.
Concordo e aggiungo anche che essere content creator con n-mila followers non significa essere automaticamente scrittore o conoscitore profondo di tematiche, tanto da farci un libro
Sono d’accordo con te. Pensa che io amo leggere ( e provare) le ricette dell’Artusi, libro che era di mia mamma. Adesso sembra tutti facciano a gara ad insegnarci come fare in fretta, con tre ingredienti, o con la pratica del meal prep. per carità capita di dover preparare cena o pranzo in poco tempo ma cucinare deve essere un piacere non un compito da sbrigare in fretta.
Grazie Nadia.
Ne parlavo proprio un po' di tempo fa, sempre qui su Substack. Anche io la penso come te, troppa fretta: il meal prep lo pratico anche io, ma senza ansia da prestazione, anzi come un metodo per non sprecare le verdure e la frutta e per avvantaggiarmi dove possibile. E si, anche per me è un piacere ma per la maggior parte delle persone, va detto, rimane un compito da sbrigare.
Di rado compro libri di cucina per me: mi piace molto cercare ricette in rete, provarle e trascriverle con le mie osservazioni quelle rare volte che cucino. Mi piace invece regalare libri di cucina e quel che mi attira in essi è la lingua. Raccontare il cibo e il suo processo di preparazione mi pare un atto poetico e una palestra della lingua, e adoro l'Artusi perché con Mazoni e più di Manzoni insegnò l'Italiano alle nostre famiglie. Io stessa ho imparato tante parole con lui, e l'ho donato a una persona a me cara perché mi è parso di capire che era curioso di parole strane e diverse. Per il resto, i libri funzionali sulla cucina, proprio per questo, non fanno per me: non riesco a vivere la cucina come esecuzione standardizzata, anche se capisco che un po' lo è, per i professionisti. Ma io non sono professionista e preferisco fare più o meno a sentimento (onde per esempio evito la pasticceria, regno dell'esattezza).
La stessa segmentazione è arrivata al tavolo, e da lì si vede ancora meglio. Sempre più spesso il menù non viene letto per capire cosa mangiare ma per verificare se c'è la casella giusta: proteico, senza glutine, leggero, vegetariano, poco condito. La cucina come somma di problemi da risolvere è esattamente quello, solo che invece di uno scaffale c'è una carta e un cameriere che deve rispondere. Da oste non lo dico come lamentela, perché dietro molte richieste ci sono ragioni serie e vanno servite bene. Ma il piatto che resiste a tutte le segmentazioni è sempre lo stesso: quello che non risolve niente, non ottimizza niente e si mangia perché fa piacere mangiarlo. Da noi è la cassoeula, che è grassa, lunga da fare, sta in carta solo d'inverno e non rientra in nessuna categoria. È anche il motivo per cui la gente torna.